31 December 2016 @ 01:36 pm
[FREE!/YURI!!! ON ICE] Fill del P0rnfest #10/Dicembre  
Fandom: Yuri!!! On Ice
Pairing: Michele Crispino/Sara Crispino
Avvertimenti: incest
Parole: 1097
Prompt: rincorrendosi tra i vitigni
Prompt della Maritombola 7: 83. Incest


"Michi."
Sara odora appena di sudore, mischiato a quello del succo d'uva che impregnava la cantina dove gli zii hanno messo i grappoli appena raccolti a spremere. Il suo viso si è sporcato di macchie cremisi, dal sapore dolce, e i jeans di macchie verdi d'erba, i suoi capelli si sono increspati con il caldo di questa estate secca. Sono pieni di polvere e fili d'erba, il terreno li ha impolverati fino a sotto i vestiti, dove più che probabilmente gli insetti stanno cercando una via di fuga.
La zia li ha beccati ad intingere le dita nel miscuglio di bucce e succo d'uva un po' schiumoso, così come due bambini sono corsi via fra i vigneti nudi, prendendosi per mano, ansimando per il caldo. E poi Michele le ha pizzicato un braccio, non sa nemmeno lui perché. Forse perché la pelle di Sara è ancora così morbida, e dalla spallina della canotta in giù era tutta libera, nuda. Però Sara non ha paura, non si trattiene mai; ha strillato per il dolore improvviso, ma poi le è bastato uno sguardo vendicativo per farlo schizzare via.
Perché se Michele sa farle male, Sara sa restituirgli il tutto, dieci volte tanto. E mentre lo caccia attraverso i campi che da piccoli sembravano loro sterminati, finalmente Michele si ferma davanti alla rete metallica, vecchia di un decennio, che delimita la proprietà degli zii. Certo, l'hanno superata molte volte, ma hanno smesso quando Sara si è fatta male, da piccola, squarciandosi un braccio con uno spuntone spiegazzato.
La rincorsa quindi si è esaurita improvvisamente, e per non sentirsi braccato Michele si è voltato, per poi placcare la sorella di sorpresa, mandandola a terra fra le erbacce alte e giallastre.
"Michi, levati o ti meno," lei sussurra, con un lieve rossore che si spande giù per il collo quando si ascolta ansimare con il bacino che si muove contro quello di Michele, senza motivo, anche se sa benissimo quanto sia sbagliato. Gliele ha insegnate lui, quelle sensazioni. Non perché lo volessero, né per ribellione o per solitudine. È semplicemente successo, troppo spesso, di trovarsi l'uno seduto accanto all'altra, che la mano di Sara si posasse sulla coscia di Michele prendendo a strofinargliela piano, salendo sempre più su finché lui non gliela artigliava fermandola. Ma non l'ha mai rifiutata. Ed è successo anche che Michele le strappasse qualche bacio fingendo fosse un incidente, per poi lasciar cadere la finzione e prenderla per i fianchi, baciarla senza pensare a niente finché le labbra non facevano male. E non ci hanno mai davvero pensato tanto, però sanno che queste cose non sono normali. Sanno che queste cose non sarebbero mai, mai tollerate da nessun altro. Per questo è diventato tutto un segreto, qualcosa da sussurrare o da fare in segreto, e per questo si eccitano sempre subito, sapendo che in fondo basterebbe solo respingersi una volta per finire tutto.
Sara non lo spinge via, ora che lo sente gonfiarsi velocemente e premerle addosso, ora che si ritrova ad aprire le gambe docilmente mentre Michele le si strofina contro con furia, col viso immerso fra i suoi capelli increspati che odorano di terra e uva.

"No, Michi..."
Però le mani di Sara artigliano la sua t-shirt, lo stringono a sé, e appena lo circonda con le braccia spingendo il proprio bacino contro il suo, Michele ringhia piano, strofinandosi con più urgenza, con l'erezione intrappolata dai pantaloncini che si gonfia sempre di più, che si alimenta con la frizione dei loro sessi e si scalda, impaziente.
"Sara... ti amo, sei la vita mia," Michele mormora, con la voce che trema per il trasporto, e mentre spinge il proprio corpo giù, quasi con violenza, contro lo spazio lasciato aperto dalle cosce di Sara, lascia il bacio più leggero e delicato sul suo collo, e poi un altro, e poi un altro finché non incontra il bordo della canotta rosa che lei indossa.
Sara è la sorellina più piccola, Sara non conosce un mondo senza Michele. Sara lo sa bene, che niente di tutto questo può portare a qualcosa di buono. Forse è l'unica a rendersene davvero conto, o forse è quella che fra i due sa quanto questo amore possa davvero far loro del male. O ancora, forse è l'unica forte abbastanza da prendere sul serio la possibilità. Forse lei sa trafiggerlo, e lui non può, non ha mai potuto, non potrà mai farle del male perché in fondo l'ha sempre protetta contro il dolore.
Ma anche ora, mentre l'eccitazione monta nel suo basso ventre, mentre l'odore di sudore diventa più forte, non sa guardarlo senza vedere la fine. Da qualche parte, fra poco tempo, e magari sarà meglio farla finita prima invece che dopo, prima che questo affare finisca per distruggere tutto quello che hanno.
Forse è proprio per questo che stringe le cosce attorno ai fianchi di Michele, con l'orgasmo umido che si rovescia caldo nelle mutandine mentre lui urta più forte, più veloce, più erratico, se lo stringe addosso spaventata, assaporando il suono dei loro respiri in mezzo al frinire delle cicale, e Michele sussurra il suo nome e 'ti amo' ancora e ancora, con una mano infilata sotto la canottiera a palparle i seni finché la sua voce non trema e si spezza in qualche grugnito di piacere, smorzato dalla pelle morbida del collo di lei.
E poi rimangono così, distesi fra l'erba, ansimando e strofinandosi ancora, ma piano, in silenzio, perché la mente di Michele galleggia in una pace labile e quella di Sara annega pregustando già il senso di colpa pungente e irrazionale del doverlo respingere, prima o poi.
"Michi, torniamo su ché è tardi," sussurra, poi, guardando in su verso il cielo.
"Ho i pantaloni sporchi," lui risponde, bofonchiando, ma solleva il viso dai suoi seni e la guarda con un sorriso sornione.
"Diciamo alla zia che ti stavi pisciando addosso," Sara replica sollevandosi a sedere.
"No, oh, sticazzi!" Michele rimbecca subito, arrossendo di colpo e saltando in piedi subito.
"Beh, trova tu qualcosa da dire, non sono stata io a cominciare," Sara dice alzandosi a sua volta, e poi gli lancia uno sguardo malizioso, divertito. Vendicativo.
Michele apre la bocca, arrossisce ancora, e poi si rabbuia accartocciando la faccia per lo sforzo e l'ansia che finalmente si arrampica su per la sua gola.
Magari farà finta di niente, con gli zii, con tutti gli altri, con Sara e se stesso. Magari andrà avanti così, ancora per un po', pensa guardando la schiena di sua sorella mentre pian piano tornano verso la casa vecchia, seguendo il profumo lontano della cena.


Fandom: Yuri!!! On Ice
Pairing: Viktor Nikiforov/Yuuri Katsuki
Avvertimenti: ///
Parole: 968
Prompt: Yuuri chiede a Viktor di toccarsi per lui


Come richiesta, si tratta di qualcosa di insolito. Insolito da parte di Yuuri, perlomeno.
"Viktor, voglio... voglio vedere come lo fai."
E Viktor l'ha fissato, con l'aria un po' sbalordita, ma subito dopo la sua espressione si è illuminata di una eccitazione quasi bambinesca, non fosse che gli era stato chiesto di masturbarsi.
E mentre le sue dita scivolano lungo la propria erezione che svetta fra le sue gambe - dopo che ha accettato di indossare uno yukata 'perché ho bei ricordi a riguardo' -, si aspettava di vedere il suo fidanzato arrossire, balbettare, o mostrare comunque un segno di disagio o imbarazzo. E invece i suoi occhi sono fissi sul corpo di Viktor, rivestiti di uno sguardo da predatore, e se c'è un rossore sulle sue guance è di desiderio, più che di vergogna.
Viktor non lo sa, esattamente, da che posto venga quella richiesta. Forse Yuuri voleva provocarlo, o forse si sentiva frustrato e quello era un modo come un altro per iniziare, ma qualsiasi sia il motivo non importa. Non è davvero rilevante, e nemmeno si sofferma a pensarci, Viktor, mentre muove appena il bacino per incontrare la sua mano, per la frustrazione - ché quel contatto e basta non è e non può essere abbastanza.
"Yuuri..." mugola, infatti, con un broncio lezioso, e la voce che si piega morbida, con le palpebre che si abbassano appena mentre lo guarda, Yuuri, seduto sul letto a pochi centimetri davanti a lui.
"Voglio guardarti ancora un po'," Yuuri risponde, osservando la piega del collo di Viktor, il modo in cui il rosa sulle sue guance renda il suo pallore ancora più evidente, e gli sbuffi di capelli chiarissimi, scomposti sulla sua testa.
"Nooo... sei cattivo, Yuuri," Viktor si lamenta, piano, e guarda l'altro di sottecchi con un piccolo sorrisetto prima di scuotere i capelli e mordersi il labbro nella migliore imitazione del se stesso in qualche sogno che Yuuri avrà avuto da ragazzino. "Allora vengo senza di te."
"Aspetta," Yuuri replica, subito, perdendo per un momento l'aria concentrata, e sbatte le palpebre. "N-no, aspetta, Viktor..."
E subito si avvicina, gattonando. Non arrossisce, non abbassa lo sguardo, ma immerge pienamente i suoi occhi scuri in quelli celesti del più grande. Che subito sogghigna, e pur di intrappolare l'altro fra le cosce si abbandona sul materasso, ma lo tiene stretto mentre continua a far scorrere la mano lungo il proprio sesso, piano, piano, fissando Yuuri dritto negli occhi così intensamente da poterlo divorare. E Yuuri lo guarda di rimando, deglutendo ora per l'imbarazzo ma soprattutto per l'eccitazione che sembra accumularsi e darlo alle fiamme tutta in un momento, si tende e si ingigantisce tutta in un momento.
"Ti ho preso," Viktor dice piano, con una voce sottile e calda, amorevole, gli occhi morbidi e il corpo che si rilassa, invitante.
"Posso toccarti?" Yuuri chiede, ma senza aspettare avvolge le proprie dita attorno alla mano di Viktor, le guarda muoversi come se non fossero sue, osserva il modo in cui il bacino di Viktor ondeggia, piano, il modo in cui il suo corpo si muove seguendo un ritmo che non sta più dettando, il modo in cui una goccia luccica già sulla punta.
"Mm, Yuuri..." Viktor mugola, a bassa voce, per poi finalmente attirare il viso di Yuuri verso di sé, stringendolo più forte con le gambe, e col pollice traccia la sagoma del suo viso, prima di baciarlo con una dolcezza che conosceva a malapena, prima che Yuuri Katsuki gli si strusciasse addosso blaterando di volere Viktor come coach. "Puoi fare tutto quello che vuoi," aggiunge, facendogli l'occhiolino con un sorriso suggestivo. Non che ce ne sia bisogno.
Perché Yuuri aveva deciso già molto prima che si sarebbe lasciato andare - quando ha toccato la carne calda di Viktor - ma ora si lancia in avanti, accolto dalle braccia aperte di Viktor che lo aspettava, con la bocca premuta contro la sua ed il cuore che batte prepotente per l'eccitazione, per il fatto che Dio, ama quando Viktor lo provoca, ama Viktor, ama posizionarsi fra le sue gambe e la vista esclusiva che ha da lì. Ama lo sguardo adorante che Viktor ha solo per lui. Gli piace in modo spropositato guardarlo e pensare: 'mio'.
Viktor non dice nulla, il che parrebbe strano, ma forse è solo perché Yuuri non smette di baciarlo un secondo - gli dà tregua solo quando si allunga verso il comodino per prendere un lubrificante e preservativo con le gambe di Viktor strette attorno a lui senza mai lasciarlo andare.
L'unico momento nel quale lo sente rilassarsi è quando affonda in lui, con le dita strette assieme a quelle di Viktor, spingendo con energia nel suo corpo caldo e accogliente, e le sue labbra premono sulla pelle bianca, profumata di acqua di colonia - lo assaggia, lo annusa, lo preme contro il materasso stringendosi a lui come a cercare calore, un calore che Viktor gli darà sempre e senza riserve.
Il materasso scricchiola sotto di loro ad ogni spinta, e quello è l'unico rumore che sentono oltre ai loro stessi respiri che si appesantiscono, diventano gemiti, e poi si spezzano quando i due uomini arrivano al proprio rispettivo orgasmo che li paralizza per un momento, prima che Yuuri crolli sopra a Viktor senza avvertire.
"Ah!! Yuuri, almeno avvertimi prima di buttare la tua ciccia su di me!" L'altro protesta, accigliato, con un rantolo.
Yuuri non risponde, si limita a sistemarsi meglio sopra di lui con uno sbadiglio.
"E... andato," Viktor mormora, dopo qualche minuto, mentre guarda Yuuri dormire placido sul suo petto, e dalle sue labbra esce un sospiro leggero, incredulo per quanto una persona sola possa influenzarlo così tanto, tanto da cambiargli la vita - ora che non ha più dubbi sul cosa farne, ora che non vede più nebbie davanti a sé.


Fandom: Yuri!!! On Ice
Pairing: Yuri Plisetski/Otabek Altin
Avvertimenti: ///
Parole: 443
Prompt: 'non ti fermare'
Prompt della Maritombola 7: 12. Frustrazione


Otabek non è uno che parla molto. Più che altro, Otabek ascolta tanto. Otabek ascolta tutto. Ascolta con le orecchie, con il corpo, con lo sguardo, con le mani. Con le mani stringe i fianchi di Yuri, lo tiene in equilibrio sopra di sé, con gli occhi lo osserva, con le orecchie ascolta tutti i suoni emessi dall'altro, Otabek ascolta con tutto sé stesso. E quello che Yuri gli sta dicendo ora, con i suoi gemiti e il bacino che si spinge all'indietro per farsi scopare forte, con violenza, quello che Otabek recepisce dalla disperazione nei movimenti di Yuri, gli fa tremare il cuore nel petto.
Yuri parla di solitudine e difficoltà e freddo, tanto freddo, parla di rabbia travolgente in ogni attimo, parla di scoppi di vita trattenuti a stento giù in gola, parla di una frustrazione che graffia e urta ed esplode, costantemente. E non apre bocca, se non per gemere forte, e non fa nulla oltre al balzare sul sesso di Otabek come fosse una molla, bilanciando il proprio peso sulle spalle del compagno. Che lo asseconda, lo osserva con gli occhi velati di piacere, saggia la consistenza della sua pelle, e tutto ciò che Yuri urla col corpo, lui ascolta.
Finché le parole di Yuri non sembrano spezzarsi. Guarda in basso, verso gli occhi di Otabek, coi suoi un po' nascosti dalla propria frangia bionda, e tutto il suo corpo si ferma mentre sul suo viso si dipinge una espressione sconvolta, come se si fosse reso conto solo ora di quanto violento fosse nel suo scoparsi su Otabek, che ora ansima con gli occhi strabuzzati e il cuore che batte a vuoto, col corpo che ora brucia per la frustrazione.
"Beka, non mi hai detto cosa ti piaccia–," borbotta, a mo' di scusa, ma Otabek lo interrompe, con la voce che vibra appena.
"Yura. Non ti fermare," quello mormora, stringendo le natiche dell'altro con le dita, spingendolo di nuovo giù per sentirlo di nuovo stringersi attorno a lui, per ascoltarlo ancora.
Yuri lo fissa, un po' sorpreso. E poi gli occhi gli si illuminano appena, le sue labbra scendono a premersi forte su quelle di Otabek, mormorando un piccolo 'okay', prima di raddrizzarsi di nuovo e prendere la mano dalla pelle un po' più scura di Otabek. Ne bacia il dorso, arrossendo; lo preme contro le proprie labbra per qualche secondo, e ancora baciando senza alcun imbarazzo quella mano grande - il dorso, il palmo, le dita - riprende a muoversi, dapprima piano, e poi la lascia andare inarcandosi all'indietro, e Otabek rimane in silenzio, gemendo piano per le ondate di piacere che lo attraversano ma, soprattutto, sorride ascoltando.



Fandom: Free!
Pairing: Sousuke Yamazaki/Nagisa Hazuki
Avvertimenti: what if?, future!fic
Parole: 1553
Prompt: hooker!au


"Avevo dimenticato di dirti: anti auguri, Nagisa."
È passato del tempo, da quando ha celebrato un Natale assieme a qualcuno. Da quando ha lasciato Iwatobi, con il proposito di studiare storia all'università e diventare un archeologo, la marea si è voltata e rivoltata sotto di lui, ha sbilanciato la sua bracciata, ha travolto la sua piccola figura trascinandolo verso il mare aperto, lontano da terra, a fluttuare fino ai recessi più profondi, dove non ha mai potuto toccare il fondo con le dita dei piedi.
È passato del tempo, da quando pian piano se n'è andato anche l'ultimo dei suoi amici, anche loro trascinati via da impegni di lavoro, studio, relazioni, stress. La cosa bella delle superiori è che ci si crede, quando all'uscita ci si volta e si dice "rimarremo per sempre amici."
Ma in fondo, chi vorrebbe passare del tempo con uno che non è riuscito, che per mettere soldi da parte per studiare si è lasciato trascinare nel fondo di un vortice, corpi caldi e soldi lasciati sul comodino, di birra, di sporco, di insulti sibilati fra i denti, finché in qualche modo non si è trovato a condividere placide e malinconiche volute di fumo nel freddo della notte, sul balcone di un piccolo hotel?
Quando sbuffa in una risata che sa poco di allegro, il respiro sbianca nell'aria, e con gli occhi magenta ne segue il dissiparsi prima di chiuderli, e inspirare forte dal filtro incastrato fra le sue labbra prima di lanciare una occhiata a Sousuke, con l'espressione calma illuminata dai neon morbidi di una insegna della strada di fronte.
"Altrettanto," risponde, piano, ché l'allucinazione di questo Natale non scompaia. È stato difficile, credere che Sousuke non avesse niente di meglio da fare che andare a tenere compagnia all'amico di quello che forse, una volta, era un amico. Una puttana, peraltro.
Il lungo silenzio che li stringe assieme è soltanto coperto appena dai suoni delle macchine, dal lontano pulsare ritmico di qualche locale, dal chiacchiericcio di chi si incontra e si augura un buon Natale, dai gemiti di chi occupa le altre stanze. Ma, nel bene o nel male, l'hotel dove s'incontrano è relegato ad un quartiere lontano dagli arcade, dai club, dal viavai costante di chi si sta facendo un giro per la città, prima di tornare alla routine, ai soliti se stessi.
E di solito anche Nagisa esce, nei giorni di festa, per succhiare momenti di luce da chi lo circonda, per coprire con fuochi artificiali il rumore della voce di suo padre che ripete ancora e ancora, 'io non ti riconosco'. Per fare finta che le persone che non conosce possano circondarlo e prestargli un po' di calore affinché possa provare a ricominciare da capo, prima di tutto con se stesso.
Stasera invece ha tenuto il letto caldo, stringendosi addosso qualche uomo, qualche donna, lasciando che lo divorassero come al solito, lasciando con un sorriso ammiccante che facessero di lui una bambola o un gioco, passando la sera di Natale, però, almeno con qualcuno un po' più importante. Pensando questo ha chiamato Sousuke - un cliente, un amico, qualcuno di rassicurante. Perché dietro i suoi silenzi, dietro la sua espressione costantemente corrucciata c'è sempre stato un sì. E tanto basta.

Per una volta, è Sousuke a rompere quel silenzio che stava iniziando a stringersi troppo, scomodo, attorno a loro.
"Nagisa, andiamo dentro."
L'altro esita per qualche secondo, sospirando, prima di rivolgergli un sorriso di quelli vecchi, un sorriso come quelli che aveva sempre dentro, una volta. Sousuke non li ha dimenticati, sebbene fossero solo un dettaglio in anni dove i ricordi migliori erano sul viso di un altro.
Nagisa trema appena, come se effettivamente avvertisse del freddo, ma scuote la testa prendendo un altro lungo respiro attraverso la sigaretta, l'aspira fino alla fine, finché il fuoco non arriva al filtro. Solo allora la spegne, piega la testa, e infine spinge via la ringhiera del piccolo terrazzo, per poi voltarsi e stiracchiare le braccia in alto, attorno al collo di Sousuke, ed approfitta della sorpresa nell'uomo più alto per attirarlo verso di sé, infine connettere le loro labbra con un sospiro stanco.
Non è la prima volta che si baciano, non è la prima volta che Nagisa si spinge fra le braccia di Sousuke. Non è la prima volta che Sousuke reagisce immediatamente, portando le mani a scivolare giù lungo la schiena di Nagisa, sui fianchi, per poi afferrargli il sedere e spingerlo contro di sé. Proprio perché non è la prima volta, anche stasera Sousuke sa che la cosa migliore da fare è seguire la guida di Nagisa, seguire i suoi desideri e lasciarlo gattonare sopra di sé quando poi si trovano gettati sul letto, a scambiarsi baci ruvidi e frettolosi, a spogliarsi con rabbia.
È meglio del chiedere, meglio dell'offrire consigli, meglio del forzargli il cuore ad aprirsi perché più ci ha provato, in passato, più Nagisa si arrotolava a riccio attorno alla propria tristezza, come a volerla proteggere.
E quindi sa che in sere come queste, quando chiunque al mondo si circonda di persone per seppellire la solitudine, Nagisa non ha bisogno di tante parole: se fosse così, sarebbe lui a cianciare fino a far venire il mal di testa. Quando non parla, quando si getta sulle labbra di Sousuke, le confidenze non servono. Sono inutili, sono un di più, forse sono la cosa peggiore.

È Nagisa a parlare ora - poco, piano.
"Sou-chan, lubrificante e preservativi nel cassetto." "Sou-chan, dammi tutto quello che hai." "Sou-chan, Sou-chan, soffocami." Nagisa chiude gli occhi, steso con la testa sul cuscino, le gambe spalancate e le unghie che graffiano la schiena di Sousuke per la voglia.
Con i pollici premuti contro le vene del suo collo, Sousuke lo guarda, si spinge dentro di lui, forza le sue cosce ancora di più per affondare nelle sue viscere strette, calde, che si stringono attorno a lui ad ogni spinta. Nemmeno lui parla, entrambi si tacciono con le labbra dure premute assieme, hanno nomi da nascondere e se li pronunciassero sarebbe come suonare un rigo sbagliato nel mezzo di un'aria.
Nagisa sa chi Sousuke vorrebbe davvero. Sousuke sa benissimo chi Nagisa abbia perso. Spinge i pollici più a fondo, finché Nagisa non apre gli occhi con un rantolo, le mani che si stringono attorno alle sue, ma i suoi occhi sono vuoti di paura. Stringe le dita attorno ai polsi di Sousuke, in un tentativo debole di farlo smettere, ma poi chiude gli occhi di nuovo, e Sousuke osserva la sua corona scomposta di capelli biondi sul cuscino mentre lo lascia andare.
Sembra tutto irreale - lui dovrebbe essere da Rin, ora. A bere, guardarlo, cercare la sua mano come uno stupido ragazzino, senza mai afferrarlo davvero. Non può farlo, non ci riuscirà mai, e probabilmente lo fa apposta, a rivederlo spesso. Per sentire il cuore che si stringe, il sangue che scorre, per il dolore alla spalla e perché non ha sprecato anni della sua vita a rincorrerlo.
Però quando fa scorrere la mano lungo il corpo di Nagisa, quando afferra la sua erezione, quando lo tortura e lo stringe in mano e lo fa inarcare sul materasso per il piacere che si accumula veloce, e quando finalmente osserva il suo viso mentre viene - le labbra schiuse, il rossore sulle guance, gli occhi lucidi e persi chissà dove - ricorda perché ha accettato di incontrare Nagisa qui, stasera. Sembrava averne bisogno, di bruciare i pensieri per un momento e provare una scarica di qualcosa nel sangue, di sesso e di qualcuno che poi rimarrà a fargli compagnia. Nagisa non l'ha mai detto, ma è facile da intuire, dal modo in cui sembra sempre sgonfiarsi dopo ore di risate e scherzi forzati nelle conversazioni, e dal modo in cui con le dita cerca quelle di Sousuke, timidamente, chiedendo piano qualcosa che sa di non poter pretendere né comunque avere.

"Vieni a dormire da me?" Nagisa accenna, infatti, guardando Sousuke che si riveste, mentre pian piano fa lo stesso. Sousuke non ci pensa neanche due volte.
"Okay," risponde arrossendo un po', nonostante tutto.
Sa che era la risposta giusta, ma quando scorge un piccolo sorriso sulle labbra di Nagisa, nemmeno se ne accorge dei propri muscoli che si rilassano e dei propri movimenti che rallentano mentre il cuore si calma.
E poi quando Nagisa lo prende per mano guidandolo verso il letto del proprio appartamento pieno di colori contrastanti, ancora rabbrividendo per il freddo di fuori, Sousuke si ascolta. Il cuore batte tranquillo, forse balbetta quando i suoi occhi scendono lungo i fianchi dell'altro, e si scalda una volta che sente Nagisa accoccolato contro il suo petto, come fosse ancora un bambino. Quando si infila nella sua abitudine di accarezzargli i capelli dopo aver spento la luce, mentre ascolta il brusio della città fuori dalla finestra, sospira. Non può andare avanti così, non possono continuare a tentare di consolarsi.
Ma Nagisa sorride contro il suo petto, con le braccia strette strette attorno a Sousuke, e i loro respiri si rincorrono placidi e stanchi.
La prospettiva di smetterla si allontana, e poi a questo punto vale la pena di stringersi Nagisa contro. Nel mezzo del petto, un soffice calore si espande, e Sousuke si accerta che Nagisa si sia addormentato prima di posare le labbra sui suoi capelli morbidi.

Fandom: Free!
Pairing: Rin Matsuoka/Haruka Nanase
Avvertimenti: face-fucking, pwp
Parole: 806
Prompt: bottom!Haruka, eager face-fucking


Rin sa un po' di cose su Haru: per esempio, che non farebbe mai nulla, nulla senza la propria esplicita volontà di farlo. È una di quelle cose che ha imparato da subito, dalle loro prime conversazioni: convincerlo a fare qualcosa potrebbe sembrare un gioco da ragazzi, ma dopotutto potrebbe rispondersi da solo a metà delle cose che vorrebbe proporgli - "nuoto solo a stile libero." Non esiste il chiedergli un favore che Haru non vuole fare per qualcuno– a meno che non ci sia Nagisa di mezzo, certo, ma quelle sono rarissime eccezioni e allineamenti astrali che giungono propizi ad influenzare qualsiasi cosa galleggi nella sua scatola cranica piena di acqua, non la regola.
O, sempre per esempio, Rin sa anche quanto Haru possa essere un maledettissimo stronzetto, quando vuole esserlo. È come se la gente l'avesse trattato da pollo fin da quando è nato - per via della sua espressione neutra, i suoi grandi occhioni blu, i tratti vagamente femminili (quindi deboli), e soprattutto un silenzio che troppo spesso viene visto come sottomissione o paura. E quindi è come se per reazione fosse maturato in una sorta di albero centenario, dalle radici forti e i rami grossi che neanche il vento più violento riesce a scuotere; come se avesse fatto del suo silenzio una corazza e un'arma. Spesso è anche una carezza, una coperta grossa e morbida che avvolge e calma chiunque sia con lui, ma non adesso.
Adesso il suo silenzio, disturbato solo da rumori umidi e gemiti trattenuti a stento, è resistenza. Anche se l'idea è stata sua, quando ha afferrato la mano di Rin mentre si rilassavano stravaccati sul divano, e ha preso a succhiargli un dito fissando la televisione, per poi farsi scivolare giù lungo il corpo dell'altro con una dimostrazione di iniziativa spontanea che, in altre situazioni, avrebbe lasciato Rin stupito. Ma nel momento in cui ha trascinato giù la zip dei suoi pantaloni, nella testa di Rin non c'era spazio per emozioni di sorpresa, c'era solo una pulsazione rossa e calore che bolliva così, apparsa di punto in bianco, da qualche parte sue viscere, e che gli strappava un gemito dalle labbra.
E il suo silenzio, quello di Haru, è ancora resistenza, anche quando lui stesso ha portato la mano di Rin sulla propria testa, accompagnandola con l'altra, e ha fissato lo sguardo freddo in quello di Rin come fosse un ordine sussurratogli all'orecchio.
C'è da dire che nemmeno Rin sia un pollo, un facilone, uno che fa le cose senza un gran bisogno di chiedere. Ma oggi obbedisce di buon grado, spingendo la testa di Haru verso la base del suo sesso e lasciando uscire dalle sue labbra versi ruvidi, che grattano su per la gola e sfuggono alla sua solita disciplina. Solo Haru ci riesce, a distruggere qualsiasi forma di controllo Rin imponga su se stesso. Solo Haru, con degli occhi così gelidi che l'unico impulso che circola nel sangue di Rin è di scaldarli in qualche modo, ogni volta. Solo Haru, con la bocca e la gola aperte che lo ingoiano, lo stringono, lo provocano, finché le dita di Rin non artigliano i suoi capelli neri e spingono la sua testa giù, più volte, il suo naso fra la peluria del pube e ancora Haru continua a fissarlo, stavolta con una favilla particolare nel fondo del suo blu con la voce che vibra in piccoli gemiti attorno a Rin. Ride soddisfatto con gli occhi, in silenzio mentre le proprie dita lo stimolano a sua volta, e guarda il viso di Rin contorto per l'eccitazione, per il piacere che monta veloce, incontrastato - saetta su per la spina dorsale e poi invade il suo cervello mentre viene e Haru chiude gli occhi lentamente, come un gatto a proprio agio, lasciandosi riempire la bocca e annusando la pelle, il sudore, con un piccolo mugolio soddisfatto. E rimane così per qualche secondo, con Rin in bocca dentro di lui, sentendolo ammorbidirsi pian piano, prima di lasciarlo andare lentamente e poi, con una ultima occhiata divertita, veleggia verso la cucina - forse per sputare o farsi un po' di sgombro e qualcosa di disgustoso da abbinarci.

Rin resta lì sdraiato sul divano per qualche momento, spossato, ad ansimare e fissare il soffitto per un po', ed il silenzio viene interrotto solo da un borbottio dalla cucina.
"Comunque il tuo sapore è orrendo."
Aggrotta le sopracciglia, con un calore rosso che acquerella il suo viso quasi subito, e abbaia di colpo, "beh, cazzi tuoi, sei stato tu a chiedermelo!"
Il silenzio che arriva dall'altra parte lo conosce, è uno leggero che nasconde un sorriso, e Rin sospira scuotendo la testa mentre si lamenta e chiude di nuovo la patta dei pantaloni.
Rin sa un po' di cose su Haru, ma più di tutte sa quanto bravo sia, a farlo incazzare.