25 October 2017 @ 10:19 pm
[Originale] Home is where the heart is but what a shame cause everyone's heart doesn't beat the same  
Titolo: Home is where the heart is but what a shame cause everyone's heart doesn't beat the same
Fandom: Originale
Personaggi: F/F
Genere: sci-fi, western (un po'), angst
Avvertimenti: femslash, dystopia
Parole: 892
Note: Questa è stata promptata da slackbot, che molto caritatevolmente mi ha appioppato il prompt a sorpresa col sub-genere western + sci-fi aka i 2 generi sui quali non sono capace di scrivere (oltre al fatto che il western proprio non mi piace a prescindere), durante la chat per la Tearoom di Madame Zelmira. Date la colpa a lui.
E poi ho crosspostato per la Notte Bianca, prompt "ritorno".



È passato troppo tempo dall’ultima volta in cui l’hai vista. Troppo tempo dall’ultima volta in cui vi siete trovate faccia a faccia davanti alla chiesa dove pregavate sempre da bambine, e pregavate perché la pioggia passasse anche solo per un giorno, pregavate perché le pistole smettessero di tuonare più forte del suono dei temporali mentre le scavatrici pugnalavano la terra. Troppo tempo da quando ti ha detto che se ne andava, che era stanca di questo paese piccolo dove la gente poteva solo morire, sporcarsi di nero soffocante e nient’altro.
Però è tornata. Alla fine, dopo aver cercato qualcosa di non ben definito altrove, dopo aver vagato per le stelle di Magellano forse cercando un suono diverso mentre tu l’aspettavi qui, passando per la piazza ogni giorno e ogni sera dopo il turno in fabbrica, davanti a quella chiesa. Ti chiedevi dove fosse, Alya, su che pianeta si trovasse. Sorridevi guardando il cielo notturno mentre passeggiavi sotto la pioggia; la immaginavi fra le stelle, impegnata a toccarle ad una ad una.
 
Adesso però è di nuovo qui, con la pistola puntata sul tuo cuore, e non si ricorda di te. Dice che è la prima volta che visita questo posto o questo pianeta, e ancora sembra non aver compreso cosa le dev’essere successo.
Tu però le ricordi le fiammelle che danzavano sul pulpito quando il pastore predicava di lealtà verso l’Impero. Li ricordi i vostri sorrisi scettici scambiati sopra il banco a scuola mentre vi insegnavano delle invasioni dei terrestri, e ricordi i pensieri che potevate leggere nelle vostre rispettive menti – pensieri di riportare il vostro petrolio a casa, di distruggere la rete di impianti petroliferi che ancora stanno succhiando il midollo dal pianeta nero, e poi di rubare una navetta (qualsiasi navetta sarebbe andata bene) per scappare via, forse proprio fra le stelle della Nube di Magellano.
Devono averla presa, mentre cercava qualcosa di più eccitante di questo posto. Devono averla trattenuta e imprigionata, devono averle strapazzato il cervello cancellando tutto quello che di lei esisteva prima. Devono averla resa una cacciatrice di taglie agli ordini dell’Impero.
Conoscendola, non c’è nulla che avrebbe potuto temere di più; forse, da qualche parte nella sua testa, Alya sopravvive terrorizzata e disgustata, ma quella che sta fissando il tuo petto sembra risoluta, se non addirittura scocciata dall’attesa.
“Forza, se vieni con me non ci sarà bisogno di fare un macello, qui,” ti dice, e torna a guardarti negli occhi e nemmeno ci provi più, a trovare il sorrisetto sarcastico nel suo sguardo.
Un gruppetto di paesani si avvicina, guardandoti. Lo sanno tutti cosa hai fatto per lei. Lo sanno quanto hai rischiato la vita pur di mandare via l’Impero da casa vostra, anche per lei, e lei nemmeno ricorda di avercela mai avuta, una casa.
E discutere è inutile. Ci hai provato, è da mezz’ora che tenti di farle ricordare chi era una volta, ma le forze dell’Impero, con tutte le tecnologie di cui dispongono, devono essere arrivate alla radice della sua essenza.
Muovi i primi passi, lentamente, dirigendoti verso il ponte abbassato della navicella che porta lo stemma imperiale, e lei segue i tuoi movimenti con la luce della sua pistola che punta al tuo collo. Tentare la fuga improvvisa sarebbe inutile: vi siete allenate a sparare troppo, assieme, perché tu non conosca le sue capacità e il suo talento per l’inquadrare l’obiettivo e non lasciarlo mai andare. Devono aver colto le sue capacità anche quelli che l’hanno catturata. Immagini che con i pesci piccoli e inutili vengano semplicemente giustiziati subito, o resi il nuovo animaletto domestico di qualche uomo o donna ricchi che metteranno un guinzaglio a qualsiasi pezzo di feccia delle galassie periferiche esteticamente passabile abbastanza da essere messi in mostra con vestiti fatti apposta per umiliarli.
Forse sarà quello che ti faranno fare – in fondo Alya lo diceva sempre che sei così bella che avrebbe ucciso l’Imperatore stesso per averti, una volta tornata. Te lo diceva con i baci mentre vi toccavate nei vicoli, te lo diceva con lo sguardo quando ti spogliavi per lei, te lo diceva con le mani quando giocava con le dita fra i tuoi capelli mentre guardavate il notiziario, più un suono di sottofondo che qualcosa da ascoltare sul serio.
 
Senti il puntino rosso sulla nuca quando la sorpassi per salire a bordo, e non ti fai vedere mentre ti mordi il labbro. Un mormorio si alza dietro di te. Viene dagli uomini e dalle donne che vi hanno vedute crescere assieme – immagini che le loro facce siano sconvolte.
Quando il ponte si rialza e Alya ti passa davanti dando ai cyborg l’ordine di rinchiuderti in una cella, la voglia di toccarla torna all’improvviso, ma riesci solo a sfiorarle un dito. Non si volta nemmeno a guardarti.
 
“Ucciderò l’Imperatore e poi ti porterò via.” È una promessa che ora le fai tu, adesso, mentre abbassi la mano di nuovo e osservi i cyborg con le armi già alzate. Forse è arrivato il momento di giocare su tutte quelle debolezze che conoscevi di lei. In fondo, se ha deciso di risparmiarti invece di incassare la taglia per poi gettare il tuo cadavere in un buco nero, forse qualche ricordo di te sopravvive ancora.
In fondo, il viaggio per arrivare al centro della Via Lattea è ancora lungo. C’è tutto il tempo per scoprirlo.