Titolo: Redrum
Fandom: Killing Stalking
Personaggi: Oh Sangwoo
Genere: introspettivo, horror
Avvertimenti: spoiler sugli ultimi capitoli
Parole: 785
Note: COW-T9, ultima settimana, M6 con prompt “rosso”. Sì, lo so che ho già scritto del pov di Sangwoo, ma stamattina mi son svegliata leggendo fic e niente, questa storia mi ha intrappolata. E mi manca Sangwoo T_T mi manca questo manhwa in generale aaaagh. E boh, direi che questa non è neanche la roba peggiore che potessi scrivere, onestamente. Ci sta.
Rosso. Sangwoo apre gli occhi, e tutto ciò che vede è. rosso. Rosso il pavimento, rosse le sue guance, rossi sono gli occhi. Stringe le dita attorno al manico del coltello, come per aggrapparsi forte a qualcosa di solido, le gambe si fanno molli e smuovono un po’ la lama. Nel collo. di sua madre.
Stringe le dita attorno al manico del coltello fino a quando un rivoletto di sangue non gli bagna le dita, sgocciola sulla sua pelle e urla, urla così forte che Sangwoo lascia la presa, si copre le orecchie. Il sangue gli sporca le orecchie, le sue urla incessanti scivolano nelle sue orecchie, intasano il suo cervello.
Emerge dalla cantina strisciando, come se quello colpito dal coltello fosse stato lui. Con le mani tutte rosse, tutte rigide, gli occhi spalancati per l’orrore, il cuore che scalpita così forte che potrebbe forse spaccare le sue vertebre e schizzare fuori, ricoprendo tutta la casa di sangue. Rosso. Solo le mutande della mamma sono rimaste bianche.
Rosse sono le labbra di Yoon Bum mentre scivolano su e giù, affamate, e la sua lingua gioca sulla pelle tesa incoraggiandolo a gonfiarsi, a tendersi, solo per poter avere almeno l’illusione che a Sangwoo possa piacere. Rossa è la sua bocca quando Sangwoo lo costringe ad aprirla infilandovi le dita, rossa è l’ossessione in fondo alla sua gola mentre deglutisce e lo sperma sparisce nel suo corpo, le ginocchia arrossite sul pavimento sporco.
“Sangwoo~” squittisce, Yoon Bum, con gli occhi un po’ lucidi, si lecca le labbra, le sue labbra si piegano in un sorriso soddisfatto mentre goccioline di sangue rosso scivolano lungo le sue cosce e fa male, ma va bene così. Ha sentito tutto di Sangwoo, l’ha sentito muoversi dentro con forza, l’ha riempito così tanto da farlo quasi scoppiare. Era questo che desiderava tempo fa, mentre si masturbava a casa fra le lenzuola lerce, con la voce che tremava forte svuotandosi ancora e ancora tutto il giorno fino a quando il suo sesso non faceva malissimo, ma non importava finché poteva avere Sangwoo sulle sue labbra martoriate dai morsi.
Rossa è la sua rabbia quando lo vede lì, in piedi e col coltello in mano, inutile come tutti gli altri, con quella faccia da vigliacco schifoso, quando gli dice che non riesce a farlo. Una cosa così facile, gli basterebbe solo guardare il collo dell’agente Seungbae, concentrare il peso sul coltello e abbassarlo. È così semplice, eppure Yoon Bum se ne sta lì come lo smidollato che è, piangendo perché non ce la fa.
“Non mi servi più,” dice lentamente, scandendo le parole.
Rossa è la sua rabbia, come il sangue che sta perdendo, mentre si scrolla l’agente di dosso come fosse un lenzuolo, mentre torreggia su Yoon Bum col coltello alzato, mentre gli dice tutto. Rosso. Pulsa. Colora tutto - rosso il pavimento, rossa la faccia patetica e insignificante di Yoon Bum, rossi i suoi occhi, rossa la sua bocca spalancata in un urlo di terrore. E poi nero.
E poi rosso. La casa che brucia, la sua pelle che brucia, le sue mani che bruciano e perdono la pelle, rosse le tracce di sangue ovunque, rossa la voce della mamma che lo chiama dal piano di sopra, dolce e suadente, lo chiama e Sangwoo ride addosso alla sua voce, ride così forte da coprirla. Chiude gli occhi, e le macchie di colore che danzano dietro le palpebre macchiano tutto di rosso.
In ospedale è tutto bianco. Le lenzuola, le bende, la sua pelle, il soffitto. La sua voce chiama, chiama la mamma, chiama il papà, chiama Yoon Bum. Fosse anche solo per vederlo arrivare scodinzolando come un cane bastonato, come l’idiota che è. Ma Yoon Bum non arriva mai. Oltre la porta c’è solo il bianco. Un bianco snervante, noioso, vuoto. Fa più paura del buio della cantina, fa più paura degli occhi vuoti della mamma che hanno sempre vegliato su di lui, fa paura quanto il silenzio in quella stanza. Dove la voce continua a chiamarlo, diventa più forte - Sangwoo, Sangwoo, guarda tutto questo disordine. Guarda tutto questo rosso.
Manca l’aria, i polmoni bruciano per lo sforzo di respirare eppure nulla li fa espandere. Apre gli occhi, e vede solo bianco. Bianco ovunque, bianco soffocante. La voce diventa assordante, chiama il suo nome in continuazione, e le sue mani si agitano inutilmente cercando di spingere via quel bianco.
E, nel mezzo del bianco, appaiono le cavità nere dove la mamma prima aveva occhi. E sorride, la mamma, guardandolo nel bianco premuto sulla sua faccia distrutta.
“Yoon Bum,” rantola ancora, buttando fuori l’aria che resta. E poco dopo, nei suoi occhi resta solo il rosso. Nelle sue orecchie, solo rumore bianco.
Titolo: Ghost Track
Fandom: Free!
Personaggi: Sousuke/Nagisa
Genere: romantico, erotico, malinconico
Parole: 942
Avvertimenti: band!AU, pwp
Note: M9, prompt Muse - “EUTERPE: musica”. Prompt perfetto per le band, quindi.
L’eco della folla è diventato uno scroscio, ma risuona ancora nella sua testa, anche un’ora dopo essere tornato dietro le quinte, dopo i soliti convenevoli, dopo essersi lasciato investire dal freddo della sera dopo il calore delle luci del palco. Si mescola e si confonde col suono dell’acqua sopra di lui, le gocce che cadono sul suo corpo e sul fondo della doccia, con un respiro rapido, pesante nelle sue orecchie. Le dita che tenevano le bacchette sotto le luci colorate ora stanno tutte aperte, larghe contro il muro bagnato, mentre le gambe aperte tremano per il piacere e l’eccitazione minacciando di farlo scivolare ad ogni rapida mossa. Le braccia erano stanche fino a pochi minuti fa, ora sono loro a sostenerlo, sotto le spinte secche, rapide, quasi violente dentro di lui.
“Nagisa,” dice la voce bassa al suo orecchio, prima che quelle labbra si chiudano sul lobo, succhiando forte per poi disegnare un percorso lungo il suo collo, tentate di lasciare segni sulla pelle.
Chiude gli occhi e si concentra, Nagisa - sulla sensazione del petto che copre la sua schiena e delle mani grandi che trattengono i suoi fianchi, del sesso dentro di lui, sul suono dei respiri spezzati dell’uomo che, con precisione perfetta, scandisce una musica che nessun altro può ascoltare. Non può scriverci versi, non la può registrare, è una canzone che conoscono solo sui e Sousuke, ma se potessero la inciderebbero, la infilerebbero in un album e la manderebbero lì fuori, solo per non tenersela dentro.
Ma è una canzone dal sound troppo insolito, troppo sconvolgente. Somiglia a tante altre ed è bellissima, ma è proprio quella melodia a mettere la gente a disagio. Sono le parole che la accompagnerebbero a non essere giuste per la maggior parte delle orecchie.
Ne sente qualche nota ancora nel petto, e sorride mentre la sua pelle diventa calda quanto l’acqua che scorre su di lui. La loro musica si intreccia agli altri suoni - il ruggito della folla rimasto con lui mentre lasciavano il palco che rimbomba ancora nella sua testa, il rumore dell’acqua che attacca la loro pelle, il suono dei loro corpi che si scontrano, il respiro e la voce di Sousuke. E la loro canzone canticchiata contro la sua pelle. Quand’è finita, la loro canzone raggiunge il culmine assieme ai loro corpi, e assieme al loro rilassamento conclude con un soffice, soddisfatto fade out. Tanto la sua testa l’ha mandata in loop fin dalla prima volta in cui ha guardato Sousuke sudare sul palco, durante una delle date fra le tantissime, l’ha guardato solleticare le corde col plettro sotto una luce soffusa e in mezzo alla nube sul palco, ha sentito il basso rimbombare nel suo ventre e, lontano dal microfono, gli è sfuggito un piccolo “oh”. Così, senza motivo. Oh.
“Domani dove siamo?” Chiede, sdraiato a letto mentre si stropiccia gli occhi, con la testa appoggiata all’asciugamano.
“Fukuyama, due date,” risponde Sousuke, frizionandosi i capelli. “Conviene andare a letto, domani ci svegliamo presto.”
“Mmm.”
“E sarà meglio che torni in camera tua-”
“Che noia,” dice Nagisa, con un sospiro. “Non ho voglia di alzarmi.”
Sousuke gli lancia un’occhiata, e rimane in silenzio per qualche secondo prima di appoggiare l’asciugamano sul mobile accanto a lui. E poi si sdraia accanto a Nagisa, prendendo a giocare coi suoi riccioli biondi quando l’altro lo abbraccia. Fa scivolare lo sguardo sulla sua pelle tesa, chiara, contando i nei che già conosce sul suo corpo, unendoli con le dita che seguono percorsi invisibili mentre Nagisa rabbrividisce appena, come una corda del suo basso.
La musica va in pausa, e Nagisa lascia qualche bacio sul suo petto, piccolo, malinconico. Silenzioso. Sempre più spesso è così.
“Non ho voglia di tornare in camera mia. Non mi piace dormire da solo.”
Sousuke sospira, bacia la sua fronte.
“Lo so. Non piace neanche a me.”
Con la testa poggiata al cuscino fissa il soffitto, passando i polpastrelli duri sui calli fra le dita di Nagisa. È finito quel periodo in cui Nagisa ridacchiava sulle labbra di Sousuke dopo i concerti, quel periodo in cui sembrava sempre così eccitato dal giocare a nascondino con gli sguardi altrui, in cui giocare con lui sul palco, guardarlo a lungo e desiderarlo senza farsi scoprire sembrava più un gioco che una necessità. Sono passate le serate in cui Nagisa rideva dopo i concerti, leggendo le teorie delle ragazzine online su quanto Nagisa fosse chiaramente innamorato di Makoto, mentre Sousuke rispondeva sempre un po’ scocciato.
Adesso è cambiato tutto e non c’è molto altro da dire, non c’è molto su cui discutere. Le regole sono chiare, i limiti sono ferrei, li conoscono tutti e due. Litigare e cercare una soluzione non serve, la discussione trova sempre lo stesso muro. Ha smesso di essere divertente e ha smesso di essere un po’ un gioco e un po’ una avventura. Chissà quanto durerà, quanto riusciranno a correre nello stesso labirinto cercando una uscita, un po’ più di spazio. Sousuke, sempre un po’ pessimista, direbbe mai. Ma per ora lo possono sopportare.
Anche stanotte Nagisa sbadiglia e finalmente si decide a rivestirsi, prima di scivolare fuori dalla porta per tornare di fretta nella camera che gli è stata assegnata, giusto di fronte a quella di Sousuke. La solita melodia torna a volume basso nella sua testa, mentre Nagisa si infila nel letto freddo con una smorfia.
Almeno nessuno li ha ancora scoperti, sono stati bravi, e in fondo non sono abbastanza famosi da farsi dissezionare dalle luci, dagli occhi, dalle parole del mondo al di fuori del loro labirinto.
Per ora potrebbe andare bene così, almeno per il momento, ancora per un po’.