Titolo: Now is not the time to grow a heart, dipshit.
Fandom: Barry
Personaggi: Barry Berkman
Genere: introspettivo
Avvertimenti: missing moment, spoiler per chi non ha visto la serie
Parole: 1190
Note: COW-T10, M3, “Non uccidere.”
Quando ho visto i prompt avrei dovuto pensare subito a Barry, vista l'ovvietà della scelta, ma essendo io una imbecille mi ci son voluti ben 3 giorni. Comunque niente, adoro questa serie, adoro Barry e adoro il fatto che sappia a malapena di essere al mondo, gli voglio benissimo.
Barry non è mai stato un tipo da chiesa, o da qualsiasi tipo di spiritualismo. La mamma era religiosa, sì, ma papà glielo diceva sempre che sono tutte cazzate inventate da gente troppo ricca da preoccuparsi di qualcosa di reale.
Per esempio, gli diceva, è facile dire alla gente di non rubare. La faccenda si complica quando rubare è l’unico modo possibile di vivere. È facile dire che il padre e la madre vanno rispettati e onorati. Ma cosa dovrebbe fare un bambino che viene menato costantemente dai suoi genitori? Non meritano rispetto anche i bambini, da parte dei loro genitori? Le regole della religione valgono solo per chi ha i mezzi per rispettarle.
Non commettere adulterio. Certo, semplice, pensa Barry mentre guarda l’altare, seduto in chiesa e circondato più che altro da donne anziane. Non tradire la tua fidanzata è semplice, quando la tua fidanzata è bellissima e abbastanza impegnativa da non farti desiderare di trovartene un’altra.
Non uccidere. Una regola sanissima, giustissima. Nessuno dovrebbe mai andare in giro ad ammazzare la gente. Ma Barry allarga gli occhi, deglutendo, il suo corpo diventa freddo tutto d’un colpo mentre diventa estremamente cosciente del pulsare nel suo petto.
Non lo sa nemmeno, perché si trovi qui. Non c’è un motivo preciso. Stava tornando da un lavoro a Santa Ana, e fermo ad un semaforo si è guardato intorno, adocchiando una chiesa. Gli dev’essere sembrata una buona idea.
Cosa che chiaramente non è stata, visto che gli sono bastate due parole per sbiancare. Se Fuches fosse qui, gli direbbe che non sono altro che deliri di un vecchio che non conosce le situazioni e le sfumature nelle vite degli altri, e dai non pensarci, ti offro un drink.
O forse è stato qualcosa che aveva bisogno di sentirsi dire. Lo sa che uccidere è sbagliato.
Sa anche che il tipo che ha appena freddato con precisione chirurgica era un tipo cattivo, nello specifico uno che usa i bambini come giocattoli sessuali come lavoretto da alternare allo spaccio di droga. Anche se, effettivamente, chi ha pagato per il lavoro molto probabilmente se ne sbatteva il cazzo dei bambini.
Ordinaria amministrazione, essenzialmente. Eppure sa anche che non tutti i lavori sono stati un fare fuori di brutti ceffi. Almeno una parte sono risultati in danno collaterale. In fondo, non avrebbe potuto lasciare Chris vivo. A pensarci il respiro si velocizza, e nel mezzo della messa si dà uno schiaffo alla fronte per scrollare via il pensiero subito. Le donnine intorno a lui si girano a guardarlo, ma non se ne preoccupa.
Deve andarsene. Deve uscire. Esce, senza spintonare ma in modo rapido, cercando di non farsi notare troppo.
"Ma il tizio l'hai ucciso, vero?" Gli risponde Fuches dopo che Barry, rannicchiato dietro un albero, l'ha chiamato con la voce tremolante. "Guarda che sono... siamo già stati pagati, se poi la cosa non-"
"Sì, sì, porca puttana, l'ho fatto fuori. Non ti ho chiamato per questo, cazzo, Fuches!" Sibila nervoso, e poi si lascia andare ad un sospiro frustrato. "Sto da cani, io non ce la faccio più."
"... Barry. Ascolta, non ti devi preoccupare. Se vuoi più soldi te li dò, ma ecco, non puoi farti influenzare così tanto da quella gente lì. Sono moralisti, non lo sanno come gira veramente il mondo. Se non ci fossero quelli come noi, il mondo andrebbe a soqquadro."
Se non ci fossero quelli come me, Fuches, vorrebbe dirgli. Non hai mai dovuto premere il grilletto, non hai mai dovuto fare niente. Non è la tua coscienza a finire in mezzo e non sei tu quello a rischio.
Vorrebbe dirgli che non è lui quello che deve guardare le persone che ama negli occhi e mentire su chi sia fondamentalmente, lui; non deve preoccuparsi che qualcuno lo veda come pericoloso. Perché Fuches, in fondo, non ha mai dovuto fare nulla con le proprie mani. Non ha mai soffocato qualcuno, non ha mai puntato l'obiettivo verso una vittima incosciente sapendo di dover sparare e non ha mai sentito che suono fa, un cranio che si spacca. La fa così facile. Oh, ma tu pensi che per me sia semplice un lavoro del genere, Fuches direbbe. Pensi che sia facile tenere la tua identità al sicuro, che sia facile mantenere rapporti diplomatici con la feccia che ci paga, pensi che non mi sia fatto le paranoie che ti stai facendo tu. Però ci sono passato sopra, non è tanto diverso dall'ammazzare gente in Afghanistan eppure non è tanto diverso, quindi perché i soldati non vengono biasimati e vengono addirittura premiati mentre la gente come noi la buttano in prigione? È un problema del sistema, Barry, e devi piantarla di fare quello perbene, non lo sei e non lo sono nemmeno io, quindi piantala con le cazzate.
Sarebbe una conversazione che hanno già avuto. Troppe volte ormai per buttarcisi di nuovo.
"Per non parlare del fatto che i preti non sono queste persone di ineccepibile valore morale che vogliono sembrare," aggiunge Fuches. "Hai sentito cosa fanno ai bambini? È praticamente quello che faceva il nostro amico Puckett. Si meritava una pallottola in testa."
Sospira.
Ovviamente, non è questo il punto. È tutto un giro e un sistema così grande che non saprebbe nemmeno da dove partire per parlare di moralità, di legge, di perdono. La cosa migliore sarebbe stata non entrarci proprio, in questo giro. Ma quando è tornato dal campo di battaglia, ad aspettarlo c'era solo Fuches. Non c'erano una madre e un padre, non c'era un lavoro, non c'era un terapista che potesse permettersi di vedere. C'era solo una pistola e una scatola di munizioni e la mano di Fuches che gliele tendeva, le sue parole a convincerlo che avrebbe fatto qualcosa di buono immettendosi in questo mondo di psicopatici. E lui era così giovane e stupido.
Come potrebbe aspettarsi che Fuches lo ascolti?
"Va bene, non importa," dice, per poi chiudere la chiamata, e appoggia la testa contro il tronco dell'albero. Chissà se Puckett aveva una moglie, dei figli inconsapevoli del traffico disgustoso a cui faceva capo. Chissà se adesso qualcuno li starà chiamando a casa per dire loro che papà è morto dissanguato con una pallottola piantata nel collo. Cerca di non pensarci, scuote via il pensiero. È così che ha sempre fatto. È questo che ultimamente fatica a fare.
Ma se anche desse davvero uno scossone alla sua vita, le macchie sarebbero indelebili. Le immagini piantate nel suo cervello non se ne andrebbero mai.
Forse Cusineau e i ragazzi hanno ragione. È già perduto. Non c'è più una possibilità di tornare indietro. Il pensiero gli fa venire la nausea, ma si rialza lo stesso. Non può parlarne con nessuno e se tentasse di parlarne con se stesso finirebbe, come dimostrato, in un ragionamento circolare.
Quello che conta è che se si sbriga stasera vedrà Sally. Magari si faranno una cena tranquilla, si guarderanno un film, l'ascolterà spettegolare su qualcuno del corso. Insomma, faranno qualcosa di normale. O forse passerà la serata da solo a guardarsi un film in televisione, magari una commedia, non lo sa. Sa solo che, per oggi, non dovrà più pensare a niente.
Titolo: Scelte
Fandom: Free!
Personaggi: Rei, Nagisa
Genere: introspettivo
Avvertimenti: what if?
Parole: 2030
Note: Prompt “Spokon”. Nghhh più scrivo su Free! più mi manca ç_ç e mi sto rendendo conto che niente, il fandom della vita è quello. E a metà fic mi sono resa conto che dopo anni ancora non ci riesco, a rendere Nagisa triste e farlo rimanere triste. Devo dargli quello che vuole. Sono una madre dalla volontà debole. Titolo demmerda ma notoriamente non sono assolutamente in grado di mettere titoli alle cose.
Squillo. Squillo. Squillo. Squillo. Squillo. Squillo. Squillo. Squillo. Squillo. Squillo. Squillo. Squillo.
Sospira.
“Pronto?” Chiede, dopo avere appena appena alzato gli occhi per individuare il telefono e il pulsante per rispondere, senza curarsi di leggere chi lo stesse chiamando.
“Rei,” risponde una voce fin troppo familiare. In effetti, l’ha sentita solo qualche giorno fa. “Sono Makoto. Ho bisogno di parlarti.”
Rei poggia la schiena contro la sedia, con un lungo sospiro.
“Va bene, Makoto-senpai. Cosa succede?”
“Succede che Nagisa non fa altro che piangere da giorni, quindi prenditi le tue responsabilità e almeno vai a trovarlo,” gli risponde la voce di Haruka, che suona non poco arrabbiato.
“Haru, non serviva essere così diretto-” sente pigolare da da parte Makoto in sottofondo.
Rei sbatte le palpebre, accigliato.
Certo, si aspettava che Nagisa l’avrebbe presa male, ma…
“Sono sicuro che stiate esagerando. Credo che Nagisa-kun abbia capito la mia scelta,” dice con un tono che tradisce la sua ovvia preoccupazione. Avrebbe voluto che la sua uscita dal club fosse netta e indolore, però certo che non poteva essere così. Non quando Nagisa gli si è cucito addosso come una pezza formando quello che è, nei fatti, un rapporto simbiotico.
“No, Rei… è così, davvero. Non fa altro che piangere. Si è chiuso in camera e si rifiuta di venire ad allenarsi.”
“Ma siamo andati in spiaggia ieri, è anche venuto in classe oggi e mi ha detto che va tutto bene!” Rei risponde, la voce un po’ più alta e un po’ più acuta. L’immagine di Nagisa che piange non gli è familiare, l’unica cosa che può immaginare sul suo viso è il suo solito sorriso. È l’unica cosa che dovrebbe occuparlo, quello spazio.
“Certo, perché non vuole farti sentire in colpa. Ma sai cosa? A me non frega niente del fatto che tu ti senta in colpa o no, se Nagisa sta male io mi preoccuperò prima di lui,” continua Haruka, suonando più freddo di quanto Rei non l’abbia mai sentito. È chiaro ed evidente, quanto sia arrabbiato.
Rei rimane qualche secondo in silenzio, gli occhi chiusi. Ha preso una decisione, e sarebbe così semplice chiudere la telefonata e tornare a studiare, e poi andare da Sera-senpai a dirgli che è pronto a tornare nel vecchio team. Dopotutto, non può lasciarsi governare da un senso di colpa.
“Cosa vogliate che faccia?” Chiede alla fine, con il tono più calmo che riesca ad avere.
“Parlaci, Rei. Non vogliamo costringerti a tornare nel team, ma solo che tu vada da lui, almeno perché… in qualche modo si è convinto che tu non voglia neanche più essere suo amico. Cioè, non ha detto così in modo esplicito, ma siamo abbastanza sicuri che sia questo a preoccuparlo,” interviene Makoto.
A sentire tutto questo, gli occhi di Rei si spalancano, enormi.
“Cosa?!”
Sente Makoto sospirare a fondo, dall’altra parte di quella conversazione.
“Lo sai che Nagisa nasconde sempre cose come questa. Ormai noi lo conosciamo abbastanza bene da capire, ma spesso quando dice che va tutto bene non è così, a volte quando dice così sta solo facendo buon viso a cattivo gioco.”
Rei si passa le dita fra i capelli, col cuore suo malgrado pesante, esalando della frustrazione.
"Ho capito. Andrò a trovarlo."
Ci mette qualche secondo, a suonare il campanello. Chissà cosa si troverà davanti - com'è, Nagisa, quando piange? L'ha già visto con le lacrime agli occhi, ma non l'ha mai visto davvero triste. Potrebbe essere più di quanto Rei possa sopportare. Soprattutto se piange per lui.
Finalmente si decide, e quasi subito la porta si apre rivelando un viso che non conosce, ma sul quale riconosce tratti familiari. Dev'essere una delle tremila sorelle di Nagisa.
"Oh, ciao! Tu sei Rei-chan, vero?" Gli chiede, con una espressione appena appena accigliata ma anche un sorriso educato.
"Salve, sono Rei Ryuugazaki," si presenta, con un breve inchino. "Mi chiedevo se Nagisa-kun sia a casa."
Lei si porta un ciuffo di capelli dietro le orecchie guardando in basso, e poi lo guarda negli occhi. Probabilmente sa già tutto, e Rei si trova costretto a guardare altrove. È folle, quanti sensi di colpa stia accumulando. Non trova pace da quando ha deciso di lasciare il club di nuoto, non ha bisogno che ci si aggiunga altro. È una sua scelta, aveva tutto il diritto di farla. Non ha senso impegnarsi in una disciplina nella quale, chiaramente, non può eccellere, magari a discapito della sua carriera scolastica. È puro buonsenso, no?
"È di sopra in camera sua, è la stanza in fondo al corridoio" lei dice, facendosi da parte per farlo entrare, e può sentire il suo sguardo seguirlo mentre si affretta su per le scale, col cuore che batte sempre più pesante.
Il corridoio non è molto lungo, ci sono appena quattro porte inclusa quella in fondo, chiusa. Copre la distanza con una esitazione che, stranamente, si fa sempre più debole. In fondo è arrivato fino a qui, non ha senso tornare indietro.
Bussa un paio di volte - nessuna risposta.
"Nagisa-kun? Sono Rei."
Niente. Strano.
Finalmente abbassa la maniglia, spingendo la porta aperta.
La stanza di Nagisa non è così diversa dalla sua - lo stile è simile, anche se Rei ha un letto molto più grande. Però quella di Nagisa è più luminosa e colorata, gli si addice. L'unica cosa che stona è Nagisa, seduto a gambe incrociate sul letto e tutto ingobbito su se stesso mentre guarda lo schermo del suo cellulare con le cuffie alle orecchie collegate all'iPod.
"Nagisa," lo chiama di nuovo, a voce più alta, e stavolta Nagisa alza la testa di scatto, decisamente sorpreso.
E no, in questo momento non stava proprio piangendo, sembrava più che altro sulla soglia delle lacrime, gli occhi lucidi e le guance rosse.
Lo fissa per qualche attimo, completamente disorientato, prima di passarsi le maniche della felpa sugli occhi e, pur sapendo che a questo punto sarebbe inutile mentire, sorride. È il suo solito sorriso radioso, che illumina pure la stanza, e Rei lo guarda inorridendosi mentre Nagisa trotterella verso di lui, cinguettando, "Rei-chan! Non mi aspettavo di vederti!"
"Nagisa-kun," risponde, mortificato.
Non ne aveva idea. Sa benissimo che anche Nagisa come tutti può essere triste, ovvio. Ma adesso, in questo momento, sembra il suo solito. Ha lo stesso comportamento di sempre, quello che tutti chiamano spensierato.
Quante volte sarà venuto a scuola, agli allenamenti, alle gare con quel sorriso e la morte dentro?
"Nagisa-kun, stavi piangendo?"
"Oh," Nagisa risponde, il sorriso che vacilla appena. "Oh, um, stavo-stavo guardando video di gattini e sono... sono così carini che mi viene da piangere," dice col sorriso che si allarga di nuovo.
"Nagisa," Rei continua, l'amaro in bocca che si espande, "Makoto-senpai e Haruka-senpai mi hanno detto che stai male perché me ne sono andato. Ti prego, non fare finta di stare bene, d'accordo?"
Il sorriso di Nagisa si congela sulla sua faccia, e gradualmente scompare per lasciare spazio a quella espressione che sul suo viso sembra così aliena. Sembra si sia svuotato, sgonfiato. È spaventoso.
"Non avrebbero dovuto dirtelo," risponde, a bassa voce, guardando in basso. Torna a sedersi sul letto, e con le braccia attorno al proprio corpo guarda il pavimento, quasi rifiutandosi di guardarlo.
Rei non ha mai provato l'istinto irrefrenabile di abbracciare qualcuno, ma al vederlo gli viene una voglia fortissima di avvolgere Nagisa con le braccia e stringerlo al petto e tenerlo stretto fino a scacciare via tutto, che siano lacrime o rabbia. Invece si siede vicino a lui, le mani sulle ginocchia (perché non saprebbe dove metterle.)
"No, va bene così," dice, lentamente. "Cioè, non che tu pianga. Va bene che io sappia come stai."
Nagisa rimane in silenzio, lo sguardo sempre basso.
"Nagisa, non volevo farti del male. È solo che..."
"Lo so, lo so. Non importa, non devi- non devi preoccuparti per me. Mi passerà."
Rei scuote la testa, con le labbra premute insieme. Non c'è niente che vada bene.
"No, non dire così. Non devi lasciare che le cose... ti passino. Puoi dirlo, quando sei triste," Rei insiste, e il desiderio di abbracciarlo si fa più forte. Ma non è da lui.
"Ho detto che non importa," Nagisa replica, e stavolta lo guarda. "Non sono un debole e non sono un bambino. Okay?"
Rei deglutisce, guardandolo senza riconoscerlo del tutto. Forse non l'ha mai realmente conosciuto davvero.
"Non penso che tu sia debole," risponde, sempre più mortificato ma, soprattutto, sorpreso. Questo Nagisa di fianco a lui è completamente diverso da quello al quale è abituato. Ma ha senso. Lo conosce solo da un anno, non può essere sempre felice e contento ed esserlo davvero. "Però non puoi tenerti le cose dentro e fare finta che vada tutto bene. E mi dispiace di averti fatto stare male."
Nagisa attira le proprie ginocchia a sé, abbracciandole.
"È che ormai mi ero abituato a nuotare con te. E adesso stiamo cercando qualcun altro per il club, ma... non voglio. Voglio che ci sia tu, non qualcun altro. La nostra farfalla sei tu," Nagisa dice, piano.
"Nagisa..."
"Lo so che preferisci l'altro club... con Sera-senpai," Nagisa lo interrompe, e i suoi occhi si scuriscono appena per un momento. "È solo che... sono triste. Non so che farci. Se non posso fare finta di essere felice allora devo essere triste."
Rei scuote la testa, senza pensarci mette una mano sulla sua.
"No, no. Non è che lo preferisco. Nuotare mi piace. È che non mi sento... competente. So solo nuotare a farfalla, ma non credo sia abbastanza. Io ci ho provato, ho fatto del mio meglio, ma sono eccellente nell'atletica e nel nuoto sono poco più che un amatore. Ho fatto la cosa più logica, e il team ha bisogno di qualcuno di migliore di me," Rei dice. "Non voglio rovinare le vostre gare."
Nagisa lo guarda, e dall'espressione sul suo viso Rei si aspetterebbe di ricevere un mucchio di schiaffi.
"Stai dicendo un sacco di sciocchezze, Rei-chan. Sei più stupido di quanto non credessi!" dice, con la voce che traballa pericolosamente. "Sei un tale idiota," ripete, nascondendo la faccia fra le ginocchia. "Vai via."
La mano di Rei si sente così fuori posto, a contatto con quella di Nagisa. Ma invece di ritrarsi, si solleva delicatamente e scivola intorno alla sua spalla, e poi Rei decide di abbracciarlo, avvicinandosi e avvolgendolo come meglio può, col cuore che pulsa dolorante.
È che non ci riesce, a vederlo così. Non riesce a guardarlo in questo stato e non fare niente. Lo sente singhiozzare piano, e piuttosto preferirebbe prendersi a coltellate al cuore.
"Nagisa, lo so. Sono stupido. Mi dispiace."
"Non me n'è mai fregato niente dei risultati delle gare!" Nagisa piagnucola. "A me bastava che stessimo tutti insieme!"
Rei ci pensa su, rimanendo in silenzio per un po'.
Se prima la sua risoluzione era abbastanza ferma e decisa da spingerlo a chiedere davvero di venire tolto dalla lista dei membri del gruppo - anche resistendo alle proteste di Gou - adesso non gli sembra più di aver preso una buona decisione.
"Capisco," dice, con un lungo sospiro frustrato. Chiude gli occhi, cercando di capire. Principalmente, capire se la sua scelta sia stata davvero così giusta e sensata. Sera-senpai pareva camminare sulle nuvole quando gliel'ha detto. Vanno d'accordo, è una brava persona, e col team di atletica potrebbe veramente aggiustare i problemi che aveva prima e portare degli ottimi risultati. Ma potrebbe farlo anche col team di nuoto. Potrebbe impegnarsi e farsi insegnare anche gli altri stili da qualcuno. Sono entrambe alternative valide. Dire di no all'una o all'altra potrebbe significare considerare quella rimasta come uno spreco del tempo che vi ha già dedicato.
Stringe Nagisa un po' più forte, prendendo un lungo respiro.
Cosa preferirebbe fare, in questo momento?
Squillo. Squillo. Squillo. Squillo. Squillo. Squillo.
"Pronto?" Dice Nagisa, trascinando la voce.
"Nagisa-kun, ti ordino di venire agli allenamenti, domani," abbaia Gou, con voce decisa, e Nagisa sa che con un tono del genere non può dirle assolutamente di no.
"Che differenza fa?"
Gou sorride.
"Rei-kun è tornato," la sente dire, e stringe il cellulare con forza allargando gli occhi.
E poi un sorriso largo, enorme, appare sul suo viso. E, questa volta, è sincero.