Titolo: Royals
Fandom: Marco Polo
Personaggi: Jingim/Marco
Genere: erotico
Avvertimenti: modern!college!AU, pwp, sesso in pubblico
Parole: 1606
Note: terza fic per il pornfest, alè XD ora, io non so com'è l'uni di Venezia. La mia esperienza in fatto di università si limita alla sede centrale di Lettere all'UniPD, quindi abbiate pazienza se la descrizione non corrisponde all'uni di Venezia. Also, Marco è chiaramente un bottom, perlomeno nella mia testa. Che ce posso fa'. E ho anche messo espressioni colloquiali venete perché HEY IT'S MY LAND \O/ comunque bon, dopo questa non posso più vergognarmi di nulla. XDDDD ah, e il titolo è buttato a muzzo perché faccio schifissimo coi titoli, se non si fosse mai notato. k bye *va a seppellirsi*
Marco continua a guardare il suo programma della giornata, chiedendosi due cose: come farà ad assistere a due lezioni di corsi obbligatori sovrapposte? Dovrà sdoppiarsi? E la seconda cosa è: perché fra tutte le facoltà da frequentare suo padre lo ha costretto proprio ad iscriversi ad Ingegneria? Non la trova una cosa interessante. Lui è più un ragazzo da facoltà umanistiche, come Lettere, o Filosofia, o Comunicazione. Qualsiasi cosa, ma non Ingegneria. Poco male, pensa. Può sempre cambiare facoltà, in caso proprio non si senta tagliato per gli orari e per le attività di questa. Per quanto riguarda lo studio, non gli dispiace mettersi dietro a libri tecnici, a masticare matematica e corsi scientifici.
Si guarda attorno nell'aula piena, sebbene stretta, con studenti seduti per terra in mancanza di sedie, ed un po' si sente fuori posto. Questa aula sembra così silenziosa, e paradossalmente vuota. Può distinguere le idee politiche di tutti, lì dentro, basandosi sul loro modo di vestire. Ci sono i tipici ragazzi con la maglietta del Che - che non sanno neanche chi fosse davvero, evidentemente -, sciarpone lunghissime e dread, così come le ragazze vestite da H&M, ci sono anche i tipi bizzarri con capelli di tutti i colori, e con tagli impensabili. Lui è probabilmente l'unico che sembra non essere venuto da cinque anni di DAMS. Insolito. Forse il più strano di tutti, però, è un ragazzo seduto proprio davanti a lui, con capelli corti, sopracciglia folte - le vede quando si gira un momento a guardare dietro di sé - e labbra piene, oltre ad avere occhi a mandorla che, Marco si scopre a pensare, paiono disegnati sul suo viso. Forse il tipo si passa la matita, la mattina, non ne ha idea. Però può concedersi di pensare che sia un ragazzo davvero bello.
In ogni caso, dapprima non gli parla. Le lezioni si susseguono ed entrambi si trovano a fissarsi sempre più spesso quando si rendono conto che stanno seguendo gli stessi corsi. A questo punto, è il ragazzo dai tratti orientali a parlargli.
"Fai Ingegneria?" Chiede, in un Italiano quasi perfetto. Marco sbatte le palpebre, prima di roteare gli occhi. "Seh..." borbotta, prima di sporgersi sul banco. "Come ti chiami?"
"Jingim," l'altro risponde, con una espressione improvvisamente altezzosa. Il suo nome significa "dorato", ma Marco non lo sa. Se lo sapesse, penserebbe che evidentemente il tipo si è convinto di esserlo davvero. O che lo porta come un mantello. Qualsiasi sia la verità, lo fa sembrare comunque una testa di cazzo. "Tu?" Chiede, con un tono disinteressato, come se domandasse più per educazione che altro. Sicuramente è così.
"Marco," risponde, guardando ai suoi appunti. L'altro pare irritato dal non essere guardato di più. "Da dove vieni?"
Jingim lo guarda davvero imbronciato ora, e solleva un sopracciglio. "Sono nato qui."
"Oh, okay," Marco risponde, guardandolo di nuovo, il che sembra dare all'altro soddisfazione. È il primo in quella classe che parla con lui, per qualche motivo. "Vuoi fare l'ingegnere medico?" Chiede, a caso, guardandolo negli occhi.
"Nah, mio padre mi ha detto che si cercano ingegneri in Italia, quindi mi ha detto di iscrivermi qui, ma appena posso cambio facoltà. Magari Scienze Politiche." Jingim non gli dice che spera di farsi vedere come, finalmente, un figlio che può arrivare da qualche parte senza raccomandazioni, senza raggiungere risultati verso i quali sia stato aiutato ad arrivare grazie alla famiglia in cui è nato.
"Stessa cosa, più o meno. Però io devo finire questi corsi in Ingegneria. Mio padre dice che è la cosa più sicura," Marco risponde, tracciando cerchi a caso sul suo blocco note, dai quali poi nascono figure precise e sensate. Jingim rimane girato verso di lui, osservando gli scarabocchi prendere forma e diventare jet spaziali, sonde, satelliti, e con un ghigno nota anche che l'altro sta disegnando pure alieni.
"Insomma, tutti e due siamo qui controvoglia, perché i nostri padri ci hanno detto di essere qui," Jingim riassume, alzando gli occhi.
"Seh," Marco risponde, distratto. Si è messo a viaggiare di nuovo coi pensieri. L'altro pare di nuovo irritato, ed arriva a sollevargli il mento con due dita, e Marco nota che le sue dita sono corte e le mani piccole. E poi lo sguardo gli cade di nuovo sulle sue labbra, per un secondo.
Non ha idea di che pensi la sua famiglia, ma ha realizzato anni fa di essere bisessuale, e che ad ogni ragazza che portava a casa per cena corrispondeva quasi sempre un ragazzo che però non presentava nemmeno ai suoi. Non sa nemmeno come il suo cervello sia giunto al pensiero della propria sessualità. Deve avere qualcosa a che fare con lo sguardo del ragazzo di fronte a sé, intenso, ma impossibile da decifrare. Gli sta sul cazzo? Lo vuole sbattere al muro? E con quali intenzioni? Non ne ha idea.
Nella pausa pranzo, qualche giorno e qualche conversazione dopo, però, lo capisce. Jingim entra nel bagno dell'università dietro di lui, attendendo che entri in bagno. Tutti gli altri stanno prendendo il caffè alle macchinette - che fa veramente schifo, peraltro - e dopo che la porta si apre e ne esce uno studente dallo sguardo fattissimo, Marco fa per entrare, ma Jingim lo spinge dentro, chiudendo la porta dietro di loro. Gli copre la bocca con la mano, spingendosi contro di lui. I muri dei bagni fanno schifo, ma Marco non ci pensa nemmeno per un secondo. Jingim è bello, bello come un principe, e quella realizzazione viene formulata nella sua testa esattamente in quel momento, anche se è stagionata nei suoi pensieri per giorni come un liquore forte. Jingim prende iniziativa, premendo Marco contro il muro, gli infila le mani disordinatamente sotto la polo - da bravo ragazzetto, pensa - e poi mentre gli morde le labbra in modo aggressivo gli sbottona i jeans chiari, lasciandoli cadere a terra, e non gliene può fregare un cazzo se è sporco. Gli occhi blu di Marco, li vuole su di lui. Lo bacia ancora, rude, e geme sottovoce quando una mano dell'altro si stringe convulsamente fra i propri capelli corti e corvini. Perlomeno non lo sta rigettando. La cosa lo manderebbe fòra de testa, probabilmente, ma con il cervello invece è presente eccome, mentre il suo bacino ondeggia contro quello di Marco.
"Jingim," lo chiama, senza alcuna intenzione precisa. Gli piace solo come suona, armonioso, un nome che gli rotola sulla lingua facilmente, che si scioglie sul suo palato. L'altro non risponde, ma si sbottona i propri pantaloni, per poi abbassarli abbastanza da liberare la propria erezione. Con decisione, lo fa voltare col ventre e una guancia premuti contro il muro, e una delle sue mani blocca entrambi i polsi di Marco. Chiaramente le sue dita piccole nascondono dei nervi forti abbastanza da poterlo fare.
"Stai zitto, Marco," JIngim lo ammonisce, pescando un preservativo dalla propria tasca. Evidentemente stava pianificando di assaltarlo in uni. Cazzo.
"Ma vuoi scopare così a secco?" Marco bisbiglia, improvvisamente preoccupato. Deve camminarci, con 'ste gambe.
"No," Jingim risponde, sputandosi su una mano.
"Ah, beh, bene," l'altro sospira, lievemente disgustato. Ma quando le dita di Jingim gli entrano dentro, stringe i denti. Non è la prima volta che si fa scopare, ma ogni volta odia i preparativi. Perlomeno Jingim ci ha pensato, invece di spingersi tutto dentro subito come tanti altri. Si muove cercando di adattarsi all'intrusione, mentre l'altra mano di Jingim scende lungo il suo braccio, i fianchi, e poi fra le sue gambe, gli tocca i testicoli, cosa che lo fa grugnire piano. E poi le sue dita si stringono con una delicatezza inaspettata attorno al suo sesso, pompandolo però con decisione. Marco china la testa, mettendocela tutta per non gemere, fra il pollice del ragazzo dietro di sé che scorre sulla punta, il suo bacino che si muove avanti e indietro dapprima con lentezza e poi prendendo ritmica velocità senza nemmeno concedergli un respiro. La sua fronte premuta sulla spalla di Marco.
I due si muovono assieme, a tratti in sintonia, altre volte scontrandosi a metà strada, ed entrambi lo fanno in silenzio, senza parlare, trattenendo i gemiti fra le labbra. Jingim lo insegue ogni volta che cerca di mettersi più comodo, per quanto sia possibile fare sesso comodamente in un bagno che puzza di piscio, con le pareti fredde e sporche. Jingim poi gli lecca il collo, e poi trascina le labbra al suo orecchio e lo morde, possessivo, e Marco deve stringere i pugni per non lasciarsi scappare alcun suono. Jingim è il primo a venire, ma non lascia che la mano attorno a Marco smetta di scivolare, sempre più veloce, deciso a farla finita. Quando Marco si inarca, i polmoni pieni e in fiamme, per poi rilasciare un lungo sospiro, capisce che è venuto anche lui. In modo pratico, srotola la carta igienica sul termosifone, e pulisce il muro di fronte a lui, senza guardarlo.
"Jingim," l'altro lo chiama di nuovo mentre toglie il preservativo e lo getta nel piccolo cestino zeppo di spazzatura, lui guardingo si volta, come se dovesse affrontare un esame da dodici crediti in quel preciso momento. Invece le labbra di Marco si avventano sulle proprie, per nessun motivo in particolare. Gli spalma una mano in faccia, allontanandolo da sé.
"Non è che stiamo insieme o altro, eh," risponde, sistemandosi i capelli, ma sorride appena, lasciando gli occhi scuri dire molto di più. Marco si nasconde allo sguardo quando esce, e prima di chiudere la porta si assicura che non ci sia nessuno al bagno. Evidentemente la macchinetta del caffè si è rotta, e meno male.
Sente le bestemmie arrivare dalla stanzetta adiacente, ed epiteti lanciati verso l'Università. Lui, di suo, deve ancora elaborare cos'è appena successo, esattamente.
Ovviamente non significa che stiano insieme, ma era l'ultima cosa che si aspettava.
Fandom: Marco Polo
Personaggi: Jingim/Marco
Genere: erotico
Avvertimenti: modern!college!AU, pwp, sesso in pubblico
Parole: 1606
Note: terza fic per il pornfest, alè XD ora, io non so com'è l'uni di Venezia. La mia esperienza in fatto di università si limita alla sede centrale di Lettere all'UniPD, quindi abbiate pazienza se la descrizione non corrisponde all'uni di Venezia. Also, Marco è chiaramente un bottom, perlomeno nella mia testa. Che ce posso fa'. E ho anche messo espressioni colloquiali venete perché HEY IT'S MY LAND \O/ comunque bon, dopo questa non posso più vergognarmi di nulla. XDDDD ah, e il titolo è buttato a muzzo perché faccio schifissimo coi titoli, se non si fosse mai notato. k bye *va a seppellirsi*
Marco continua a guardare il suo programma della giornata, chiedendosi due cose: come farà ad assistere a due lezioni di corsi obbligatori sovrapposte? Dovrà sdoppiarsi? E la seconda cosa è: perché fra tutte le facoltà da frequentare suo padre lo ha costretto proprio ad iscriversi ad Ingegneria? Non la trova una cosa interessante. Lui è più un ragazzo da facoltà umanistiche, come Lettere, o Filosofia, o Comunicazione. Qualsiasi cosa, ma non Ingegneria. Poco male, pensa. Può sempre cambiare facoltà, in caso proprio non si senta tagliato per gli orari e per le attività di questa. Per quanto riguarda lo studio, non gli dispiace mettersi dietro a libri tecnici, a masticare matematica e corsi scientifici.
Si guarda attorno nell'aula piena, sebbene stretta, con studenti seduti per terra in mancanza di sedie, ed un po' si sente fuori posto. Questa aula sembra così silenziosa, e paradossalmente vuota. Può distinguere le idee politiche di tutti, lì dentro, basandosi sul loro modo di vestire. Ci sono i tipici ragazzi con la maglietta del Che - che non sanno neanche chi fosse davvero, evidentemente -, sciarpone lunghissime e dread, così come le ragazze vestite da H&M, ci sono anche i tipi bizzarri con capelli di tutti i colori, e con tagli impensabili. Lui è probabilmente l'unico che sembra non essere venuto da cinque anni di DAMS. Insolito. Forse il più strano di tutti, però, è un ragazzo seduto proprio davanti a lui, con capelli corti, sopracciglia folte - le vede quando si gira un momento a guardare dietro di sé - e labbra piene, oltre ad avere occhi a mandorla che, Marco si scopre a pensare, paiono disegnati sul suo viso. Forse il tipo si passa la matita, la mattina, non ne ha idea. Però può concedersi di pensare che sia un ragazzo davvero bello.
In ogni caso, dapprima non gli parla. Le lezioni si susseguono ed entrambi si trovano a fissarsi sempre più spesso quando si rendono conto che stanno seguendo gli stessi corsi. A questo punto, è il ragazzo dai tratti orientali a parlargli.
"Fai Ingegneria?" Chiede, in un Italiano quasi perfetto. Marco sbatte le palpebre, prima di roteare gli occhi. "Seh..." borbotta, prima di sporgersi sul banco. "Come ti chiami?"
"Jingim," l'altro risponde, con una espressione improvvisamente altezzosa. Il suo nome significa "dorato", ma Marco non lo sa. Se lo sapesse, penserebbe che evidentemente il tipo si è convinto di esserlo davvero. O che lo porta come un mantello. Qualsiasi sia la verità, lo fa sembrare comunque una testa di cazzo. "Tu?" Chiede, con un tono disinteressato, come se domandasse più per educazione che altro. Sicuramente è così.
"Marco," risponde, guardando ai suoi appunti. L'altro pare irritato dal non essere guardato di più. "Da dove vieni?"
Jingim lo guarda davvero imbronciato ora, e solleva un sopracciglio. "Sono nato qui."
"Oh, okay," Marco risponde, guardandolo di nuovo, il che sembra dare all'altro soddisfazione. È il primo in quella classe che parla con lui, per qualche motivo. "Vuoi fare l'ingegnere medico?" Chiede, a caso, guardandolo negli occhi.
"Nah, mio padre mi ha detto che si cercano ingegneri in Italia, quindi mi ha detto di iscrivermi qui, ma appena posso cambio facoltà. Magari Scienze Politiche." Jingim non gli dice che spera di farsi vedere come, finalmente, un figlio che può arrivare da qualche parte senza raccomandazioni, senza raggiungere risultati verso i quali sia stato aiutato ad arrivare grazie alla famiglia in cui è nato.
"Stessa cosa, più o meno. Però io devo finire questi corsi in Ingegneria. Mio padre dice che è la cosa più sicura," Marco risponde, tracciando cerchi a caso sul suo blocco note, dai quali poi nascono figure precise e sensate. Jingim rimane girato verso di lui, osservando gli scarabocchi prendere forma e diventare jet spaziali, sonde, satelliti, e con un ghigno nota anche che l'altro sta disegnando pure alieni.
"Insomma, tutti e due siamo qui controvoglia, perché i nostri padri ci hanno detto di essere qui," Jingim riassume, alzando gli occhi.
"Seh," Marco risponde, distratto. Si è messo a viaggiare di nuovo coi pensieri. L'altro pare di nuovo irritato, ed arriva a sollevargli il mento con due dita, e Marco nota che le sue dita sono corte e le mani piccole. E poi lo sguardo gli cade di nuovo sulle sue labbra, per un secondo.
Non ha idea di che pensi la sua famiglia, ma ha realizzato anni fa di essere bisessuale, e che ad ogni ragazza che portava a casa per cena corrispondeva quasi sempre un ragazzo che però non presentava nemmeno ai suoi. Non sa nemmeno come il suo cervello sia giunto al pensiero della propria sessualità. Deve avere qualcosa a che fare con lo sguardo del ragazzo di fronte a sé, intenso, ma impossibile da decifrare. Gli sta sul cazzo? Lo vuole sbattere al muro? E con quali intenzioni? Non ne ha idea.
Nella pausa pranzo, qualche giorno e qualche conversazione dopo, però, lo capisce. Jingim entra nel bagno dell'università dietro di lui, attendendo che entri in bagno. Tutti gli altri stanno prendendo il caffè alle macchinette - che fa veramente schifo, peraltro - e dopo che la porta si apre e ne esce uno studente dallo sguardo fattissimo, Marco fa per entrare, ma Jingim lo spinge dentro, chiudendo la porta dietro di loro. Gli copre la bocca con la mano, spingendosi contro di lui. I muri dei bagni fanno schifo, ma Marco non ci pensa nemmeno per un secondo. Jingim è bello, bello come un principe, e quella realizzazione viene formulata nella sua testa esattamente in quel momento, anche se è stagionata nei suoi pensieri per giorni come un liquore forte. Jingim prende iniziativa, premendo Marco contro il muro, gli infila le mani disordinatamente sotto la polo - da bravo ragazzetto, pensa - e poi mentre gli morde le labbra in modo aggressivo gli sbottona i jeans chiari, lasciandoli cadere a terra, e non gliene può fregare un cazzo se è sporco. Gli occhi blu di Marco, li vuole su di lui. Lo bacia ancora, rude, e geme sottovoce quando una mano dell'altro si stringe convulsamente fra i propri capelli corti e corvini. Perlomeno non lo sta rigettando. La cosa lo manderebbe fòra de testa, probabilmente, ma con il cervello invece è presente eccome, mentre il suo bacino ondeggia contro quello di Marco.
"Jingim," lo chiama, senza alcuna intenzione precisa. Gli piace solo come suona, armonioso, un nome che gli rotola sulla lingua facilmente, che si scioglie sul suo palato. L'altro non risponde, ma si sbottona i propri pantaloni, per poi abbassarli abbastanza da liberare la propria erezione. Con decisione, lo fa voltare col ventre e una guancia premuti contro il muro, e una delle sue mani blocca entrambi i polsi di Marco. Chiaramente le sue dita piccole nascondono dei nervi forti abbastanza da poterlo fare.
"Stai zitto, Marco," JIngim lo ammonisce, pescando un preservativo dalla propria tasca. Evidentemente stava pianificando di assaltarlo in uni. Cazzo.
"Ma vuoi scopare così a secco?" Marco bisbiglia, improvvisamente preoccupato. Deve camminarci, con 'ste gambe.
"No," Jingim risponde, sputandosi su una mano.
"Ah, beh, bene," l'altro sospira, lievemente disgustato. Ma quando le dita di Jingim gli entrano dentro, stringe i denti. Non è la prima volta che si fa scopare, ma ogni volta odia i preparativi. Perlomeno Jingim ci ha pensato, invece di spingersi tutto dentro subito come tanti altri. Si muove cercando di adattarsi all'intrusione, mentre l'altra mano di Jingim scende lungo il suo braccio, i fianchi, e poi fra le sue gambe, gli tocca i testicoli, cosa che lo fa grugnire piano. E poi le sue dita si stringono con una delicatezza inaspettata attorno al suo sesso, pompandolo però con decisione. Marco china la testa, mettendocela tutta per non gemere, fra il pollice del ragazzo dietro di sé che scorre sulla punta, il suo bacino che si muove avanti e indietro dapprima con lentezza e poi prendendo ritmica velocità senza nemmeno concedergli un respiro. La sua fronte premuta sulla spalla di Marco.
I due si muovono assieme, a tratti in sintonia, altre volte scontrandosi a metà strada, ed entrambi lo fanno in silenzio, senza parlare, trattenendo i gemiti fra le labbra. Jingim lo insegue ogni volta che cerca di mettersi più comodo, per quanto sia possibile fare sesso comodamente in un bagno che puzza di piscio, con le pareti fredde e sporche. Jingim poi gli lecca il collo, e poi trascina le labbra al suo orecchio e lo morde, possessivo, e Marco deve stringere i pugni per non lasciarsi scappare alcun suono. Jingim è il primo a venire, ma non lascia che la mano attorno a Marco smetta di scivolare, sempre più veloce, deciso a farla finita. Quando Marco si inarca, i polmoni pieni e in fiamme, per poi rilasciare un lungo sospiro, capisce che è venuto anche lui. In modo pratico, srotola la carta igienica sul termosifone, e pulisce il muro di fronte a lui, senza guardarlo.
"Jingim," l'altro lo chiama di nuovo mentre toglie il preservativo e lo getta nel piccolo cestino zeppo di spazzatura, lui guardingo si volta, come se dovesse affrontare un esame da dodici crediti in quel preciso momento. Invece le labbra di Marco si avventano sulle proprie, per nessun motivo in particolare. Gli spalma una mano in faccia, allontanandolo da sé.
"Non è che stiamo insieme o altro, eh," risponde, sistemandosi i capelli, ma sorride appena, lasciando gli occhi scuri dire molto di più. Marco si nasconde allo sguardo quando esce, e prima di chiudere la porta si assicura che non ci sia nessuno al bagno. Evidentemente la macchinetta del caffè si è rotta, e meno male.
Sente le bestemmie arrivare dalla stanzetta adiacente, ed epiteti lanciati verso l'Università. Lui, di suo, deve ancora elaborare cos'è appena successo, esattamente.
Ovviamente non significa che stiano insieme, ma era l'ultima cosa che si aspettava.
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